Migliaro Vincenzo

Napoli 1858 - 1938

 

 

 

 

 

 

 

Questi, nato nel 1858 nella città partenopea,  protagonista indiscussa dei suoi dipinti dal quale fu sempre stregato, iniziò a avere dimestichezza con l’arte sin da fanciullo, quando il padre, preoccupato per l’avvenire del figlio, nella città che sin da allora soffriva di certi problemi, lo iscrisse ai corsi di intaglio e intarsio delle pietre dure della Società Centrale Operaia Napoletana, scuola che garantiva ai giovani figli dei proletari l’insegnamento di un “mestiere” d’artigianato. Nel 1873, però, Migliaro abbandonò l’istituto e, sempre grazie al padre, che assecondava senza batter ciglio le sue inclinazioni artistiche, riuscì a far parte dei corsi di disegno e plastica tenuti da Stanislao Lista. Due anni dopo, poi, si iscrisse all’Istituto di Belle Arti e lì frequentò i corsi di Federico Maldarelli e Raffaele Postiglione. L’occasione per farsi conoscere dall’ambiente artistico napoletano gli fu procurata nuovamente dal padre, egli ebbe infatti commissionato un ritratto del compositore Vincenzo Bellini da farsi           nell’omonimo teatro napoletano; si distinse, in questa occasione, per la bravura con cui riprodusse il volto del maestro traendolo da una piccola litografia. In seguito, il pittore, perfezionò la sua tecnica, già plastica e dalle colorazioni brillanti, seguendo il corso di pittura tenuto da Domenico Morelli; ecco che qui Migliaro si accorse che il clima artistico partenopeo non gli calzava a pennello, fondamentalmente egli era una personalità del tutto autonoma ed originale, si sentiva portato verso una realtà più diretta senza, per questo, dover rinunciare all’espressività inconfondibile di tipo napoletano .

La sua pittura prende, infatti, le distanze dalla moda orientalista del maestro e dal fascino convenzionale dei paesaggi, ormai divenuti stereotipi, per documentare l’amata città nei suoi aspetti reali, anche se colpiti da un grande degrado. Egli si aggirava instancabile, nelle strade e nei vicoli dei quartieri bassi di Porto, Pendino, Mercato e Vicaria alla ricerca di situazioni particolari che lo ispirassero ed affascinassero a tal punto di non poter fare a meno di trasferire queste notazioni popolari sulla tela. Anche quando, nel 1877, vinse il premio del secondo posto al Concorso Nazionale di pittura (circa mille lire) e dunque ebbe la possibilità di recarsi a Parigi, non volle trattenersi in quella città più di dieci giorni, la sua Napoli gli mancava. Ebbe giusto il tempo di visitare il Louvre e di carpire e fissare alcuni momenti di Parigi durante la stagione autunnale, ed ovviamente le belle e appariscenti ballerine di can-can, ma la vita mondana e piena di chic parigina non faceva per lui, così, dopo aver rifiutato un’allettante proposta di lavoro offertagli dal famoso mercante Goupil e dopo due brevi tappe a Milano e poi a Venezia, ridiscese velocemente verso sud. Il suo bisogno di raccontare Napoli, non quella delle incantevoli vedute paesaggistiche bensì quella reale, spesso sofferente, in cui la gente si ammassa per le strade, era troppo forte ed egli lo soddisfò sempre, attraverso una pittura drammatica e scientifica.

Gli esemplari in mostra, che tra l’altro appartengono proprio al suo periodo giovanile, lo evidenziano bene, La bottega degli orefici a Porta Nolana (1882), Piazza Francese, Il Crocifisso a Cariati (1890), Piedigrotta, Cantina Napoletana, La strettoia degli orefici , uno deiluoghi, insieme a Piazza Francese, da lui immortalato tantissime volte. In questa retrospettiva non mancano i dipinti dedicati all’altra sua grande passione: le donne, Adalgisa, una delle sorelle e Nannina, l’amata Nannina, che solo dopo molti anni d’amore inconfessato riuscì a sposare e di cui adorava sublimarne la bellezza attraverso tanti e tanti ritratti, anche nudi.

Delle donne era solito dipingerne i sentimenti, i comportamenti, il modo disinvolto di vivere la propria città, la splendida cornice, di cui, forse, è stato tra i pochi artisti, che, come un novello Micco Spadaro, ha saputo coglierne, attraverso i la descrizione minuziosa dei dettagli, la pateticità, l’allegria festosa ed anche l’atmosfera talvolta tragica, non a caso la struttura architettonica o anche uno scialle ed un pastrano poggiato su una figura, non segnalavano solo una cadenza ritmica di volumi e toni ma il segno della costumanza e della tradizione al cantore dell’animo napoletano, qual egli era.

Anni dopo, nel 1887, Migliaro ebbe un’occasione, per così dire, istituzionale di poter dipingere la amata, teatrale città. Alberto Avena, infatti, membro della Direzione dei Musei dell’Antichità, per esortare il direttore del Museo di San Martino, Giulio De Petra, scrisse una lettera in cui gli presentava l’artista e consigliava di commissionargli oltre alla tela Vico Grotta e Vico Forno a Santa Lucia, di suo possesso ma che avrebbe volentieri ceduto al Museo, altre cinque tele che raffigurassero alcuni posti caratteristici di Napoli e che la ricordassero com’era prima dei lavori di risanamento, (decisi dopo l’epidemia di colera che gravò sulla città nel 1884), che di lì a poco tempo avrebbero modificato per sempre il volto del centro storico. Il De Petra, dopo aver inoltrato le formali richieste burocratiche, accettò e così  Migliaro, ebbe un tempo massimo di sei anni, dal 1887 al 1893, per consegnare le restanti tele. Certamente nulla fu più gradito al pittore che subito iniziò ad ispezionare vicoli e bassi. Il primo dipinto Santa Lucia  (secondo in realtà, considerando che il primo della commissione era quello che apparteneva all’Avena) fu  consegnato nell’ estate del 1888, il secondo, Strada Pendino, nell’inverno dello stesso anno, l’ anno dopo, invece, fu la volta del terzo lavoro, Strettoia degli Orefici e del quarto, Piazza Francese, infine nel 1893 consegnò l’ultimo della serie, Strada di Porto.

Luoghi visti, rivisti e rivisitati centinaia di volte e che ritroviamo anche in un’altra mostra della Mediterranea, nel 1966, stavolta, però divisa con Pratella e Ragione. Abbiamo, infatti, L’arco degli Orefici, uno dei classici motivi migliariani, ove la Napoli popolaresca è vista ed osservata nella sua umanità verità […], un quadretto che dà intera la sensazione del volto della vecchia Napoli e della grandezza della scena umana che rappresenta , in cui i protagonisti sono colti nella naturalità della loro essenza, l’artigiano è indaffarato, più avanti un uomo è intento a leggere il giornale ed in primo piano due donne che spettegolano ed una terza che le osserva. Ed ancora Il sopportico, Fruttivendolo, Il pescivendolo a Mergellina sono esemplari << cori migliariani>>, e poi immancabili Nannina, La Pagliarella, Sul prato in cui protagoniste indiscusse non possono che essere le donne, infine Il veglione, che fa partedi una parentesi nella ricca e varia produzione del pittore con la serie di visioni carnevalesche, assai importanti, ove si sente che il movimento frenetico rincrespa la materia, ma non la scogliera

All’avvento del primo conflitto mondiale, Migliaro non si incamminava più per la città ed ormai stanco della pittura fin troppo commerciale che lo circondava, quasi come se avesse perso l’ambizione artistica, si limitava a dipingere scorci paesaggistici delle zone attigue alla sua abitazione (egli all’epoca risiedeva a Pizzofalcone).

Sebbene fosse colpito da una forte miopia che avanzava gradualmente con l’età e da altri, gravi, problemi fisici, senza contare la forte indigenza in cui viveva da sempre, continuò a dipingere con tenacia fino a che la morte lo colse il 16 marzo del 1938, restando, come sostenne Raffaello Causa, l’unico che abbia davvero dipinto Napoli, così com’era descritta da Salvatore di Giacomo, Nicola Amore e Matilde Serao.

C. Editori - Napoli

 

 

 

Bibliografia:

Alfredo Schettini, Vincenzo Migliaro, Morano Editore Napoli

 

A. Schettini, La Pittura napoletana dell’ottocento Editrice  E.D.A.R.T. Napoli  1967

 

Rosario Caputo - Vincenzo Migliaro , Grimaldi Napoli

AAVV.Capolavori dell’800 Napoletano, dal romanticismo al verismo, Mazzotta, Milano

Domenico Di Giacomo, Vincenzo Migliaro Il pittore di Napoli, Ianieri editore, Pescara 2006

M.A.Pavone, Napoli scomparsa nei dipinti di fine ottocento, Newton Compton Editori, Roma 1987