ANNI CINQUANTA

Gli anni Cinquanta furono molto duri per Napoli; le condizioni economiche e sociali della popolazione erano disagiate a causa della guerra, esperienza ancora vicina che aveva provocato danni ingenti.
Nel dopoguerra il divario socio - culturale tra il nord e il sud si accentuò maggiormente. Il mercato non riusciva a promuovere l’attività degli artisti i quali, per vendere, spesso diventavano ripetitivi nella speranza di trovare un punto d’incontro col gusto del pubblico ancora conservatore.  Per descrivere la condizione artistica di questi anni Ammendola ricorda un episodio raccontatogli da Tizzano: «Era la vigilia di Natale, e lui non aveva una lira per imbandire la tavola. Poiché c’era in via Santa Brigida un medico che ogni tanto gli comprava un pezzo, Tizzano prese una sculturina e alle ore diciotto - era già buio - si recò ad aspettarlo sotto il portone. Dopo un’ora d’attesa vide da lontano la sagoma di Crisconio che si recava con una tela sotto il braccio dallo stesso collezionista, che evidentemente era uno dei pochi che acquistava a Napoli. Tizzano, mortificato, non ebbe il coraggio di restare lì e se ne andò con la sua scultura al Vomero, all’angolo della pasticceria Daniele, dove incontrò i suoi amici vomeresi, Casciaro, Chiancone e altri. Capita la situazione fecero una colletta per aiutarlo». 

 

Lettera di Carlo Striccoli a Nello Ammendola

Per aver più chiara la condizione artistica partenopea va citato anche un articolo pubblicato da Girace su «Il Mattino illustrato»:


«L’altra sera sono tornato al Vomero, e mi sono seduto nella saletta del bar “Franca” dove di solito si riuniscono i pittori a parlare di arte, ed a tagliarsi, il che succede più spesso, i panni addosso con grande disinvoltura. Sarebbe interessante, pensavo mentre i miei amici discutevano animatamente, scrivere un libro sui pittori e gli scultori napoletani, non certo di critica, che di sicuro verrà tra un mezzo secolo; ma un libro invece che parli della loro vita, dei loro sacrifici, dei loro sogni, delle loro piccole miserie materiali e morali, un libro strano, insomma, lirico e drammatico ad un tempo con creazioni di ambienti dove questi eroi dell’ideale, buoni o cattivi, allegri o malinconici, si muovono come personaggi da romanzo. I pittori del Vomero hanno creato una specie di repubblica, che se non è simile a quella di Portici, è certamente più numerosa ed agitata con frequenti crisi interne ed improvvise “rotture diplomatiche”: il palazzo del governo di codesta repubblica è la casa di Guido Casciaro, che continua la bella tradizione paterna accogliendo nel suo studio colleghi ed amici. Guido vive in una specie di galleria d’arte con la moglie signora Maria, la figlia Giovina, che quando vuole sa essere anch’essa pittrice, e tre cani-lupo irrequieti e “screanzati”. Dopo aver dipinto tutto il giorno, egli scarica i suoi umori buoni o cattivi nel bar Franca.

 

 

Il pittore Rubens Capaldo

 

Il pittore Amerigo Tamburrini

   

Giunge nel bar qualche sera con il suo profilo dantesco il pittore Di Marino, che ha dipinto, credo, tutte le strade di Napoli. Le apparizioni di Carlo Striccoli sono molto rare. Egli pur appartenendo alla repubblica del Vomero, e pur sottostando ai decreti e alle leggi che questa emana, trascorre il suo tempo chiuso nello studio di Villa Haas, dove spesso vanno a trovarlo amici ed amatori d’arte con i quali si impegna spesso in discussioni focosissime sulla pittura. Striccoli è scontroso ed ombroso: non partecipa alla vita attiva della repubblica, e la sera se ne va in giro solo, come Derain per i cinematografi. Fanno parte “geograficamente” della repubblica anche Eduardo Giordano detto “Buchicco”, Ettore di Giorgio e Barillà. Lo scultore Tizzano vive solitario al Vomero vecchio nella Torre della Madonna, tra i fervori creativi e meditazioni filosofiche, che trascrive sulle pareti nella sua fucina come un monito per il visitatore. Molti di questi amici l’altra sera appunto erano presenti nel bar “Franca” dove fra frasi monche ed epiteti si metteva a soqquadro un pò tutta l’arte italiana, e particolarmente quella napoletana. Giungevano intanto nella piccola sala alcuni amatori d’arte, Natullo, Navarra, Apuzzo in nobile gara ad accrescere la propria pinacoteca. Il bar era affollato, ma i pittori imperterriti continuavano le loro discussioni. La ragazza del banco ascoltava quegli strani discorsi e udiva i nomi per lei ancora più strani, de Chirico, Carrà, Morandi, Tosi, Carena, Soffici, Scipione e Casorati […] poi vennero fuori altri nomi, a lei più noti, Brancaccio, Ciardo, Giarrizzo, Crisconio, Vittorio, Cortiello, Fabricatore, Gatto, Parente, Notte,Tamburrini, Capaldo, Bresciani, Viti, Villani, Ferrigni, eccetera. Ella sapeva benissimo che erano nomi di artisti, che appartengono alla «repubblica bassa» [...] . Essa ha per palazzo del governo l’Accademia di Belle Arti. Terribile è codesta repubblica con il suo “mandarinato” e le sue ambasciate di Roma e di Milano. Ne fanno parte integrale Brancaccio Giarrizzo, Ciardo, Notte, Russo, Lalli e gli scultori Parente, Monteleone, Mennella, nonché i giovanissimi Amoroso, Venditti e Barisani. Pare che esista, ed ormai da anni, una certa rivalità tra la «repubblica alta» e «la repubblica bassa». Chi non ricorda i luculliani simposii nella trattoria Sica? Giungevano i plenipotenziari ad uno ad uno nella sala fumosa tra l’odore delle vivande e indugiavano in liete conversari fino a notte inoltrata; e la pace era fatta. Parole affettuose, attestati di stima, accordi unanimi, buoni propositi per l’avvenire, solenni dichiarazioni. Ma la guerra, dopo pochi giorni, ricominciava daccapo inesorabile. Crisconio allora batteva le campagne del Pascone, ed era un fuorilegge con i suoi amici Vittorio, Ferrigno, Tamburrini. Viti, neutrale, amico delle due repubbliche, assisteva alle lotte cercando spesso di conciliare le parti, mentre Cortiello inviato speciale di guerra, correva, barbuto come un fauno, in automobile dall’uno all’altro campo. Tutte queste “cronache repubblicane” la gente le ignora, e forse non sa nulla delle lotte sostenute da questi eroi dell’ideale nelle grandi competizioni nazionali ed internazionali, quando tutti insieme, quelli della repubblica di sotto e quelli della repubblica di sopra, cessate le ostilità, prendevano posto in una vettura di seconda o terza classe e raggiungevano Roma o Venezia per cimentarsi con i campioni delle altre città d’Italia» (P. Girace, Vita e miracoli dei pittori, in «Il Mattino illustrato», 20 aprile 1947).

Il pittore Francesco Galante
Un appunto di Galante

E’ interessante, inoltre, l’originale sonetto di Vincenzo Ciardo, scritto nel 1950, a seguito della sua mancata partecipazione alla Biennale:

 

Io vorrei che la Biennale
fosse meglio organizzata,
sulla base regionale
com’in fondo è sempre stata.

Vorrei pur che la Biennale
non più fosse proprietà,
del pittor settentrionale
ch’ivi ormai di casa sta…

Poscia chiedo ai commissari
con pacata gentilezza:
perché dunque amici cari
ci trattate una munnezza?

O, non forse, miei signori,
p’affermare nuovi miti,
maltrattate quei pittori
che non son tra i convertiti?

All’opposto è vero artista
chi sdegnoso del successo,
non diventa avvenirista
né si mette a fare il fesso!


Vincenzo Ciardo 4/4/1950

 

Gli artisti meridionali, pur consapevoli delle tendenze socio-politiche del dopoguerra, scelsero autonomamente di continuare il “proprio” percorso artistico, dettato anche da una matrice culturale ben diversa da quella nazionale.  Il “ritardo” che spesso gli è stato imputato consiste essenzialmente nella loro libera scelta di non seguire correnti che non sentirono proprie. Purtroppo chi non si “convertiva” era escluso.

Vanno citate, oltre al sonetto, anche alcune lettere scritte dallo stesso Vincenzo Ciardo nel 1932 e indirizzate al pittore Giovanni Brancaccio. Queste lettere ci chiariscono la condizione degli artisti napoletani in quegli anni. Essi dovettero costantemente combattere l’esclusione dai giochi politici artistici nazionali unicamente restando legati al carrozzone di Barillà. Per loro cominciò in quegli anni una vera e dura battaglia per dimostrare alla critica il proprio valore.

Gagliano del Capo (Lecce), 1 agosto 1932

Carissimo Giovanni
Dai giornali avevo appreso il cambio della guardia nel Sindacato interprovinciale campano artistico; anche per me è stata una vivissima sorpresa, dato quello che avevo appreso a Roma. Sai bene tuttavia che nell’attuale stato di cose ciò è normale; e del resto noi non conosciamo i retroscena delle gerarchie artistiche che ci governano. Intanto devo con tutta franchezza rilevare l’intempestività delle dimissioni di Barillà, non giustificate da alcun fatto speciale - salvo la solidarietà a Oppo – le quali vengono ad aprire le ostilità contro il nuovo ordinamento, ed hanno tutta l’aria di una protesta. Francamente a me pare che Barillà abbia col suo gesto ceduto il posto a coloro che premono per conquistarlo e ai quali non parrà vero di avere il terreno sgombro. Barillà doveva farsene cacciare, ecco tutto! Non c’è che da sperare chele dimissioni non siano accettate, il che mi pare difficile dato i precedenti del caffè Wan Bol. In ogni modo attendiamo gli eventi; tu sai che io - come te e gli amici - amo la linea di condotta onesta. Per ora non saprei nemmeno vedere o pensare una soluzione napoletana in rapporto alle nuove circostanze; come te sono disorientato. In ogni modo è certo che ogni eventuale linea di condotta non potrà e non dovrà basarsi su firme, proteste, promemoria o altro. Ricordiamo soprattutto che alla testa del Ministero delle Corporazioni adesso c’è il Duce… col quale si scherza poco! […] Io penso alla sorte disgraziata di noi artisti meridionali, che in ogni combinazione politica che si matura restiamo fuori e non vi partecipiamo mai con mezzi diretti nostri. Siamo destinati a essere delle pedine nella scacchiera […] Mi dispiace inoltre vedere che questo stato d’incertezza mi allontana dal lavoro o meglio me ne toglie l’antico entusiasmo […]
 Vincenzo Ciardo

Gagliano del Capo, 31 agosto 1932


Carissimo Giovanni
Rispondo alla tua lettera, sapevo da Puchetti della riconferma di Barillà col quale mi sono già compiaciuto. Come vedi non avevo torto nel deplorare le troppo affrettate dimissioni; a me pare che in questa circostanza Maraini abbia dimostrato più tatto politico che non l’amico…Pietro […] Tutti attendevamo una soluzione che ci mettesse in quarantena. Per questa volta in nostri cari amici – vecchi o giovani estremisti che siano - dovranno contentarsi di un’altra delusione. Intanto a me pare che sia giunto il momento per Barillà di sbarazzarsi dei pesi morti del Direttorio […] a questo solo patto si potrà fare qualche cosa di buono; ho la fiducia che le passate lezioni abbiano insegnato qualche cosa […] ho del materiale per qualche lavoro importante da eseguire quando tornerò. Sono sempre alle prese con quelle famose miniature delle quali ti parlai; naturalmente i committenti vorrebbero avere sulla tela…..le persone vive. Spero tuttavia di cavarne del lavoro in ultimo! […] Ho letto in Emporium un breve articolo di Usellini sulle tendenze dell’arte contemporanea. Vincenzo Ciardo

 
Lo scultore Giovanni Tizzano
« Al Vomero la Montmartre del sud»,di Mario Stefanile
 ANNI SESSANTA

 Il percorso di una galleria è scandito dall’evolversi del gusto dei suoi frequentatori. Gli anni Sessanta furono anni di vero fervore per la pittura moderna e di conseguenza sia la Galleria che gli artisti godettero di un riscontro economico che lenì gli anni di dura sofferenza.
Le mostre personali di Striccoli, Chiancone, Bresciani, Verdecchia, Girosi, Capaldo, Vittorio (che da pochi anni aveva ricominciato a dipingere spronato da P. Ricci) e Notte avvicinarono nuovi collezionisti. La politica della Mediterranea si è sempre basata sulla cura delle collezioni.  Prima di ogni mostra veniva effettuata una scelta qualitativa delle opere, per cercare di offrire sempre il meglio della produzione di ogni artista.
Molte gallerie aprirono i battenti negli anni del boom economico, tra queste vanno citate la S. Carlo di Formisano sotto i portici della Galleria Umberto, La Galleria Michelangelo di Cuocolo in Piazza Bernini, La Barcaccia dei Carunchio in Via Vittoria Colonna e alla fine degli anni ‘60, Lo Zahire di Pisacane, Lo Spazio di Gerardo de Simone in Piazza Medaglie d'oro e il Centro di Renato Bacarelli in via de Mille.
Non c’erano scambi con le altre gallerie napoletane e la Mediterranea ebbe per un lungo periodo l'esclusiva con gli artisti.
La Galleria continuò ad avere buoni rapporti con i critici, soprattutto con Barbieri, Girace e Schettini e occasionalmente anche con Menna, De Grada, Corbi e Munari. Chi certamente ebbe più influenza fu Paolo Ricci.
Costanti furono i rapporti con la Promotrice di Belle Arti nella persona del Presidente, l'Avv. Luigi Autiello, incaricato negli anni Sessanta.
Nel marzo del 1960 quattro giovani esposero le loro tele informali: De Stefano, Lezoche, Lippi e Waschimps. Nello stesso anno la Galleria ospitò la prima personale di Rubens Capaldo (Parigi 1908 - Napoli 1998) e quella di Antonio Bresciani (Napoli, 1902 -1998).
Nel 1961 la Galleria accolse il «Premio KOH-I-NOOR per il disegno», voluto dalla società Koh-i-Noor Hardtmuth, l’antica Casa produttrice di strumenti da disegno, con la collaborazione della Galleria d’Arte Cairola di Milano. Il concorso, riservato agli artisti italiani, aveva lo scopo di divulgare l’antica arte del disegno, attraverso esposizioni che da Milano furono trasferite a Genova, Torino, Roma e Napoli. Esso nacque dalla consapevolezza dell’importanza del disegno nella vita di ogni artista. L’arte del disegno, sin dai tempi antichi materia d’insegnamento, era quasi scomparsa nel corso degli anni insieme ai più semplici strumenti come la matita, l’inchiostro e il pastello. Al concorso parteciparono 67 artisti da tutta Italia tra cui Giovanni Brancaccio, Alberto Chiancone, Carlo Striccoli.

 

Il «Premio Koh–i-Noor per il disegno», da sinistra: Ammendola, il gallerista Cairoli, Chiancone, Schettini, Fabbricatore; dietro Bresciani e la Cilibrizzi.
 

Premio Koh-i-Noor: a sinistra in secondo piano Armando de Stefano.

Sempre nel 1961 venne allestita una personale di Verdecchia seguita da quella di Nicola Fabricatore (Napoli 1888- Roma 1962), un altro interessante artista nel panorama del Novecento. Nel 1962 la Galleria dedicò un’attenzione maggiore al primo Novecento con le retrospettive di Villani, Crisconio, Giarrizzo e Ricchizzi e le personali di Capaldo, Vittorio e Chiancone.
Nel marzo del 1963 venne proposta la mostra di Eugenio Viti (Napoli 1881- 1952) con Terrazza, esposta all’Accademia di S. Luca in occasione del Premio Presidente della Repubblica del 1950, Sul davanzale e Modella in blu.
Nell’aprile del 1963 la Galleria realizzò la mostra «Pittori contemporanei» alla quale esposero: De Chirico, Sironi, De Pisis, Carrà, Campigli e altri. Sempre nel '63, in occasione del XVII Premio di pittura F. P. Michetti, la Mediterranea venne selezionata con i suoi artisti tra le nove più importanti gallerie per storia e tradizione. In questa occasione l’incontro di Ammendola con Claudio Alberico Bruni della Medusa di Roma avrebbe potuto costituire una svolta per la Galleria. Bruni trattava Burri, Fontana, Appel, ma la scomparsa del padre di Ammendola e varie vicissitudini lo allontanarono da quell’interesse, che era maturato dopo la visita alla mostra Bacon- Sutherland alla Galleria Il Centro di Renato Bacarelli.
A metà degli anni Sessanta, sempre ad Ischia, Ammendola si legò ad Alberto della Ragione, noto collezionista di artisti del primo Novecento, d’origine sorrentina, ma trapiantato a Genova. Egli cercò di donare la sua raccolta a Sorrento, ma l’amministrazione non mostrò interesse e così, grazie all’amicizia con Raggianti, lasciò a Firenze la sua intera collezione che ora si può ammirare a Piazza della Signoria. Il lascito comprendeva circa duecento opere, di eccezionale valore artistico, di Morandi, Guttuso, Carrà, Sironi, Vedova, De Chirico, Campigli; fu l’ennesima occasione persa.
«Già in quegli anni - afferma Ammendola - si parlava della creazione di una Galleria D’Arte Moderna a Napoli, (l’unica grande città a non averne una); la sede venne individuata in Palazzo Roccella, ma, nonostante le buone premesse ed il riconoscimento delle grandi doti dei nostri artisti a livello nazionale, è rimasto solo un progetto. Lo spazio a essa destinato ha trovato altro uso e consumo per l’arte “modaiola”».La possibilità di una maggiore visibilità per gli artisti napoletani portò alla nascita di collaborazioni con gallerie del nord come era già avvenuto negli anni ‘50. Vennero organizzate delle mostre collettive presso la Galleria Narciso di Torino, la Galleria Spinetti di Firenze, la Giosi di Roma con un discreto successo di critica e di vendita, ma la difficoltà di aprire un mercato a Napoli dei loro artisti, sia per le quotazioni già alte sia per la diffidenza verso una pittura “avanzata”, creò un ostacolo nel proseguimento della collaborazione.

Mostra artisti napoletani alla Galleria Giosi, Roma.

da sinistra: Nellino Ammendola, Sara e Aldo Marra, Rubens Capaldo.

 

Galleria Narciso, Pittori napoletani contemporanei.

 

Nel gennaio del 1969 Federico Rossano (Napoli 1835- 1912), altro protagonista di questa feconda stagione artistica napoletana, trovò posto alla Mediterranea in una retrospettiva con ventitré opere.

 

 

Mario Cortiello
Antonio Bresciani
ANNI SETTANTA

Gli anni Settanta furono anni di contestazione: l’economia non era più fiorente come nel decennio precedente, vennero a mancare Brancaccio, Ciardo, Galante, Vittorio, Mercadante e lo scultore Tizzano, dunque una generazione scomparve.
Nel 1971 venne dedicata una retrospettiva a Giuseppe Casciaro (Ortelle, Lecce 1863- Napoli 1941) in collaborazione con la figlia Giovina, per la quale si raccolsero e si esposero ben trentadue pastelli. 
La Galleria gli aveva già dedicato un’antologica nell’aprile del 1956; nel febbraio del 1958 una rassegna insieme a Pratella, Migliaro e Ragione, e ancora due antologiche nel febbraio del 1963 e nel marzo del 1965.
Casciaro sarà presente in Galleria  anche nel gennaio del 1973, nel marzo del 1977, nel novembre del 1991 ed infine nel febbraio del 2005 .
Nel 1971 la Mediterranea offrì anche un omaggio ad Eugenio Viti, con 23 opere tra cui La nonna, Figura con vassoio, Le studentesse e vari paesaggi della costiera, e nel 1978 a cura di Paolo Ricci un’antologica con 33 opere tra cui Il maglione bianco, Controluce, Canicola, Interno di Cucina.
Intanto, grazie all’amicizia dell’avv. Lanzetta, proprietario della Galleria Diarcon in via della Spiga a Milano, si diede inizio ad una collaborazione basata su scambi di mostre. A Milano vennero presentati, in una collettiva dal titolo «Dieci maestri della scuola napoletana», Brancaccio, Capaldo, Casciaro, Chiancone, Girosi, Notte, Striccoli, Taliercio, Verdecchia, Vittorio e in seguito vennero realizzate due personali una di Alberto Chiancone e l’altra di Radames Toma (Casarano di Lecce 1924- Napoli 2002). A Napoli la Galleria contraccambiò con una straordinaria mostra del gruppo «Corrente» e con personali di Togo e Carotenuto.
L’impegno nel sociale portò la Galleria nel 1972, come già era avvenuto per l’alluvione del salernitano del ’54 con opere di Tafuri e per quella di Firenze del ‘66 con opere di grafica contemporanea, a mettere a disposizione le sue sale per gli operai dei Cantieri Pellegrino (da tempo senza stipendio) promossa e voluta fortemente dal Movimento Studentesco, che raccolse opere in prevalenza di artisti napoletani e romani.

Mostra per i lavori al Cantiere Pellegrino Galleria Mediterranea, luglio 1972.

 

I dipinti furono incorniciati nei cantieri stessi. All’invito risposero 84 pittori fra questi Barisani, Lippi, Capaldo, De Stefano, De Siato, De Ruggiero, Girosi, Lezoche, Longobardo, Notte, Pedicini, Perez, Pisani, Ricci, Spinosa, Tatafiore, Vitagliano, Perilli, Angeli, Accardi, D’Orazio, Treccani.
Nel 1973 la Mediterranea dedicò un omaggio a Vincenzo Ciardo (Gagliano del Capo, Lecce 1894- 1970).
Nel 1972, con l’interessamento di Paolo Ricci, espose con la sua prima personale alla Mediterranea Camillo Catelli (Napoli 1886-1978), un artista che secondo il critico è riuscito a ripercorrere, in modo originale, con energia e spregiudicatezza, l’intero cammino delle avanguardie.
Nell’occasione venne presentata la sua prima monografia con testi di Paolo Ricci, Carlo Bernari, Luigi Compagnone, Alfonso Gatto, Renato Guttuso, che da anni seguivano l’evoluzione dell’artista.
In questi anni l’arte a Napoli viveva un momento di profonda spaccatura nella scelta artistica delle gallerie: da un lato la Mediterranea, la Barcaccia, l’Approdo, l’Apogeo (aperta nel 73) rimasero legate ad una scelta figurativa e dall’altro Morra e Amelio spostarono il loro interesse verso la body art e la pop art, mentre il Centro di Renato Bacarelli trattava le avanguardie napoletane.
Negli stessi anni Peppe Morra presentò Hermann Nitsch con le sue Lacerazioni concettuali e Lucio Amelio diede alla Pop Art americana una seconda patria, Napoli. Nel 1975 Ammendola ospitò Renato Guttuso (Bagheria, Palermo 1912- Roma 1987), con una mostra personale di grande prestigio.

Guttuso alla Galleria  Mediterranea, 1975
Mostra di R. Guttuso: sulla destra il dipinto "la grande muraglia", si riconoscono: Paolo Ricci, R. Guttuso, C. Alfano, Elio Waschimps e A. Ammendola.

Guttuso ha esposto alla Mediterranea in collettive nel 1957 (con Striccoli, Sironi, Rosai e Omiccioli) e nel 1979 (con Mignieco, Maccari, Gentilini, Cassinari).

Allo scultore Giovanni Tizzano (Napoli 1889- 1975), la Galleria, tra gli anni ‘70 e ‘80, dedicò diverse personali.

Tizzano - Emozione

In questi anni Lea Vergine propone una particolare ed interessantissima  mostra “ Napoli ‘25/’35 “ presso la Galleria  Il Centro e ci sembra opportuno riproporre l’introduzione del catalogo.  È difficile — ancora oggi e anche per chi ne vive ormai fuori — scrivere di Napoli senza passione e rabbia insieme; senza rimpianto per tutte le opere distrutte, disperse e maltrattate, opere sopravanzanti il loro tempo rispetto al loro ambiente; senza l'umiliazione di constatare come tutti i grossi problemi del Meridione rimangano irrisolti e come quasi tutti i napoletani che hanno finito col rimanervi, siano stati offesi e prosciugati da una città che non è più neanche vivibile come tale; senza dolore insomma...
La cultura ufficiale, le autorità preposte, il gruppo dirigente hanno da sempre, e fatalmente, caldeggiato solo lassismi e imposture. La classe dei professionisti, ancora oggi, detiene il primato dell'ignavia e della ignoranza più gretta. Nel fondo — per quanto concerne le arti figurative  — affezionata allo "schizzo" somigliante e al falso quadro antico (se non al ciarpame dei tramonti sanguinolenti), erede di quella borghesia che ricercava Morelli e disprezzava Cammarano, che comprava Irolli e affamava Crisconio. Naturalmente le eccezioni ci sono state e ci sono; ma, proprio in quanto tali, non modificano il quadro generale e sono le prime a patirne le conseguenze. ( Lea Vergine)
La Galleria offrì nel 1977 un omaggio a Mario Vittorio (Napoli 1908- 1975), uno dei più attenti seguaci di Crisconio.
Durante gli anni Settanta la Mediterranea si legò a due nomi, che avevano già esposto nel 1960 insieme a De Stefano e Lezoche: Raffaele Lippi (Napoli 1911- 1982), fautore del Gruppo Sud, ed Elio Waschimps (Napoli 1932). Si collocano in quegli anni le pubblicazioni su Raffaele Ragione e Camillo Catelli in collaborazione con Paolo Ricci.

da sinistra: Nellino Ammendola, Alberto Chiancone, Elio Waschimps, Arturo Fratta.

 

continua in Storia pag.3