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Auletta, quei corpi dipinti con le ombre |
a cura di Tiziana Tricarico |
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Corpi. In parte ancora inglobati nella forma originaria: una piramide, un parallelepipedo, un cubo. E in parte sospesi nell’aria, non fluttuanti bensì protesi in singolari prove di forza. Figure ingabbiate in pseudo-forme. Si intitola «Form-azioni» la personale di Michele Auletta in corso a Spazio Arte, la galleria di Annamaria Barbato in via Salvator Rosa 299/c (fino a venerdì 6 giugno: dal lunedì al sabato, ore 17-20). Il percorso espositivo si articola in una decina di sculture-installazioni in gesso policromo, tutte di recentissima realizzazione, che ruotano intorno all’idea dell’integrazione tra figura e forma. Alla ricerca della purezza. Con una predilezione per la parte inferiore del corpo, anch’esso trasformato in un contenitore di spazio, Michele Auletta racconta uno dei paradossi più insistenti del quotidiano: la vanità di un tempo in cui si vive più dell’aspetto del corpo che della ricchezza dell’anima. |
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In una costruzione di equilibrio estremo le figure fungono quasi da contrappeso mentre il colore pastoso «falsifica» la natura della materia in una sorta di inganno visivo. E gioco voluto è anche l’istallazione composta da quindici quadrati, simili a porzioni di labirinto, dove le semi-figure, ora in piedi ora capovolte, sono separate da pause di riflessione. Dipinge con le ombre l’artista di Frattamaggiore, attraverso le quali ricrea il senso della bi-dimensionalità affine alla sua sensibilità di matrice pittorica. Richiami di curve, senso ascensionale, ricerca della perfezione: quelle teste che non compaiono nei lavori delle sale superiori, magicamente riappaiono nell’istallazione della sala inferiore. Proprio l’attenzione per le forze in equilibrio in tutte le sculture testimonia la ricerca della perfezione di Auletta. Il percorso destabilizzante si conclude nella cripta di tufo dove, ancora una volta, c’è un gioco di prestigio con corpo e contenitore che si interscambiano nella continua compenetrazione tra forma e figura. E dove la testa è soltanto una parte di questo contenitore di esperienze ed emozioni che è l’uomo. In sostanza i corpi sono visti dall’artista, scrive Irene Manco nel testo di presentazione, assecondando una «teoria personale nella quale la geometria, dimensione arcaica di perfezione e armonia, è stata recuperata servendo a simboleggiare la gabbia di scadente perfezione a cui il corpo è asservito». |