Paolo La Motta vive e lavora a Napoli, dove è nato nel 1972. Nel 1990 si diploma al Liceo Artistico Statale di Napoli; nel 1994, allievo di Augusto Perez, si diploma in Scultura all’Accademia BB. AA. di Napoli.


Lavori, poi ti fermi e ti accorgi: una poltrona, un tavolo, lavandino, scatola, materassino, oggetti comuni, eppure sembra che ogni oggetto si trascini dietro una figura o un frammento di essa e non il contrario. Come se tutto ciò che quotidianamente ci circonda, d’improvviso si rivela, diventando oggetto plastico, scultura. L’oggetto comune, banale, non può tramutarsi in scultura senza il filtro della storia; egizi, etruschi, barocco e, perché no, anche attraverso l’esperienza dell’arte pop. Estrarre l’eterno dall’effimero: forse questo può dare senso alla scultura e la scultura dare nuovo senso alle cose...

 
"Il veliero" - olio su tela, cm 100x100

 (…) Persuasiva, paziente, ogni scultura pare sia stata eseguita al solo scopo di sopravviverci, forse come qualsiasi altra opera d’arte, ma con in più la sensazione che sia proprio un corpo, il suo peso, il suo volume, il suo cuore fermo, adesso a batterci in durata. E ciò mette ancora più in evidenza lo “scandalo” della scultura, soprattutto oggi che tutto pare cospiri contro di essa a beneficio di quella impotenza delle mani che è la condizione ”inabile” in cui versa la nostra cultura visiva. Irradiano durevolezza, le sculture. E cosa chiedono a noi in cambio? Di  esistere ?

 

Martiniano, da questo punto di vista, Paolo La Motta lo è subito. Voler espandere l’azione della figura scolpita o modellata in un certo spazio, darle, consegnarle una scena che possa salvarla: non era nelle intenzioni ultime e struggenti di Martini stesso?  Sottratte all’immobilità, le sculture di Paolo vivono in un permanente gesto di tensione. Il loro unico destino pare quello di spingere, sostenere, flettere, sollevare qualcosa. Anche solo l’ aria intorno.

 

Da testo critico di Marco Di  Capua       Maggio 1999